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 «Tutto quanto si sa dei corpi non consiste solo nell’estensione,
come sostengono i moderni.
Questo ci costringe a reintrodurre quelle forme che essi hanno bandito.»
(Gottfried Leibniz 1646-1716)

Il corpo umano ha rappresentato da sempre la parte ‘immediata’ della conoscenza umana, quella cioè esplicabile matematicamente, attraverso l’ausilio dell’esperienza diretta dei sensi.

Ma il corpo umano, geometricamente rifinito secondo i dettami della sezione aurea di Leonardo Fibonacci, ha nel tempo assurto al ruolo di crocevia filosofico per coloro che ne colgono gli aspetti concreti e coloro che nella ricerca della perfezione delle sue forme, hanno sospinto l’occhio della mente oltre il tangibile, disegnando metaforicamente parabole sovrumane.

Ma vi è un nesso tra corporeo e intangibile.

Un nesso che fonda le sue radici nella ricerca di perfezione che già nell’antica Grecia, matematici e grandi filosofi (due su tutti Pitagora ed Euclide), approfondivano per cogliere quei punti oscuri che dalle perfezioni/imperfezioni della dimensione umana portavano, secondo loro concezioni, ai livelli successivi dell’esperienza mondana, dai quali questa prendeva le mosse.

La chiave di volta era dunque da individuare nei ‘numeri’ e nella loro infinita ‘scalata’ verso la ‘perfezione calcolabile’.

In questo senso il corpo umano, raffigurato in tutta la sua oggettività e compiutezza dei lineamenti, simboleggia il gradino più elevato.

L’arte visiva dunque, accostata al rigore delle discipline matematiche, risponde a criteri meccanici che rendono l’esposizione creativa un naturale prolungamento delle funzioni cerebrali. L’artista, svestendo i panni dell’idealista, diventa un fisico.

Per indagare la realtà non si serve più delle convenzioni stilistiche classiche, ma adopera gli strumenti di calcolo: squadra, compasso, goniometro, rapportatore.

Trasformandosi in definitiva in quel “sommo architetto” che nella sua superba e meticolosa opera d’arte ha assegnato proprio all’uomo il ruolo di exemplar perfectionis.
Marco Mitidieri

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