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Raccontare una storia è un’avventura che necessita di tenacia e passione, richiede abilità fuori dal comune, il bisogno di spingersi oltre i confini deve essere totale; Ma di quali limiti si parla? Così serrati che necessitano di tanto coraggio e dedizione, dove si trovano? In quale luogo? Lontano, vicino, e di quali difficoltà stiamo parlando?

 

Per questi interrogativi serve un viaggio, un racconto, una storia, ecco, un’avventura, una direzione da seguire, che ci conduce dritti nel profondo, nell’essenza, nel cuore. Punto di partenza e di generazione esistenziale. Grande, sofferente, gioioso, raggiante, coraggioso, impavido, cupo e rassegnato. Territorio nel quale le immagini incontrano i tumulti, le scosse che si collegano al corpo attraverso danze emotive, consegnano all’uomo il fondo del suo incessante navigare.

Ed è attraverso le immagini che l’artista contemporaneo, Giuseppe Bruno, manifesta la sua relazione con le cose del mondo. Mosso da una curiosità infantile, inizia un viaggio che attraversa le notti, come un vampiro si nutre di tutto il “blood” che il cinema potesse offrire, sangue misto a terra e polvere da sparo, “spaghetti western“, immagini sporche, mai limpide, corrose da una antica ruggine, strade e luoghi dimenticati, lontani dalla finzione pulita del mondo, incontra frame rudi e politicamente scorretti, pieni di vita grezza, di sofferenza “hardcore“, che spesso precipitano nel buio fitto e claustrofobico, nel quale si odono i canti degli “zombie” accompagnati da improbabili note “horror“; Immagini riprese e remixate in un ritmato sound tarantiniano.

Dopo svariate ed eccitanti avventure visive, Giuseppe Bruno diventa protagonista e creatore del suo personale tracciato espressivo. In età post adolescenziale, con in mano gli strumenti del mestiere, sperimenta le linee di genere, attraverso cortometraggi, mediometraggi e projects, quest’ultimi di stampo squisitamente fotografico. Sconfina rompendo gli argini di un contesto povero di stimoli esterni, ma allo stesso tempo ricco di silenzi ed atmosfere spaziali; Vive e produce in un piccolo paese del sud Italia, luogo nascosto, dimenticato dalla frenetica ossessività cittadina. Ad esso consegna una parte significativa della sua esistenza artistica, cercando con mirabili peripezie di avvicinare le ormai spente anime montanare alla sublime arte fotografica e cinematografica.

Attraverso il mirino Canon rimbalza il mondo che osserva e trasforma, artista eclettico, trasporta il suo mood fin dentro gli antichi e rigidi confini del rituale matrimoniale, raccontando con raffinata distanza il giorno del “Si, lo voglio“. Accompagna gli sposi all’altare con stile e discrezione, gli scatti sono ricchi di magia cinematografica, immortala attimi di pura fluidità, non concede pose, ma predilige il flusso incessante e naturale degli eventi.

Dal cinema all’altare

Giuseppe Bruno sperimenta il mondo passando dalla quiete alla tempesta, determinato e coraggioso, cerca di mantenere nella sua espressione i due capi estremi delle cose, lasciando nel mezzo la conseguente tempesta generata da i due poli, che con passione tenta di domare, lasciando il risultato sempre aperto e mai scontato.

In una contemporaneità che non ha tempo per assaporare le immagini, ma preferisce divorarle in maniera compulsiva, diventa sempre più difficile difendere lo stile.

Bisogna tener stretta la propria storia, girare con il coltello tra i denti per evitare che lo schizofrenico stato attuale della produzione di immagini prenda il sopravvento, fagocitando con indifferenza il lavoro tanto sudato.

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Quello che nell’espressione di Giuseppe Bruno fa sperare in una tenuta è la sua capacità di stare in più contesti, maturata dalla trascorsa esperienza di visione, passando da Ennio Morricone a Franco Micalizzi, da Fellini a Carpenter, da Tarantino a Fulci, ed è proprio in quest’incessante ping pong di generi diversi che esce tutta l’essenza del cinema, che dà a Giuseppe Bruno gli strumenti espressivi visti nei sui scatti, quest’ultimi densi e fluidi allo stesso tempo, contemporanei e passati, pieni di quell’autenticità che si spinge oltre la massa indefinita della contemporaneità fotografica.