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“Se sei giovane ed hai tempo, vai a studiare. Studia l’antropologia, la sociologia, l’economia, la geopolitica.
Studia per essere effettivamente in grado di capire quello che stai fotografando.
Studia per capire cosa si può fotografare e che cosa si dovrebbe fotografare. “

Sebastião Salgado è considerato uno dei più grandi fotografi contemporanei.
Sebastião Salgado (Aimorés, 8 febbraio 1944) è un fotografo brasiliano, attualmente, vive a Parigi.
È stato più volte candidato al premio di fotografo dell’anno (World Press Photo).

Nasce come economista, iniziando a lavorare prima nel suo paese di origine e poi a Parigi.
La situazione di forte disuguaglianza sociale incontrata in Brasile, lo avvicinerò alla militanza in ambienti di sinistra.
La situazione politica del Paese è però problematica: Sebastião e Lélia (la sua compagana di vita) parteciparono a tutte le manifestazioni di resistenza contro il regime diventando figure molto in vista. La scelta che si poneva loro davanti era di entrare in clandestinità o lasciare il paese continuando l’opposizione dall’esterno. Il gruppo politico di cui facevano parte spinse i membri più giovani a lasciare il paese e, correndo grossi rischi, riuscirono a salpare in Francia nel 1969.
In Francia trovarono aiuto nella rete di solidarietà creata da altri brasiliani che erano riusciti a lasciare il Brasile.

Fu solo in un secondo momento, quando venne mandato in missione in Africa agli inizi degli anni ‘70
che iniziò a fotografare.
La sua spiccata sensibilità e voglia di scoprire lo portarono a orientarsi sulla
documentazione della condizione umana nelle diverse aree geografiche.

Situazioni economiche, culturali politiche e sociali completamente opposte,
tanto da dover essere immortalate, secondo il suo pensiero,
per comunicare un messaggio ben preciso di testimonianza al quale rimase saldo per tutta la vita.

L’impegno politico e l’aver toccato con mano situazioni di profonda ingiustizia lo hanno spinto verso la fotografia sociale.
Gli studi economici lo hanno portato a riflettere sui cambiamenti a lungo termine.
I suoi reportage si sviluppano sempre con archi temporali molto lunghi:

i racconti che Salgado scrive con le immagini richiedono tempo.

L’Africa

Questo luogo lo incantò a tal punto da volerlo immortalare, ricordare e testimoniare in ogni sua sfaccettatura.

Ogni angolo per il fotografo fu degno di essere fermato nel tempo, ogni singola allegria, abitudine culturale, ma anche sofferenza, difficoltà, fame e simbolo di regresso.

Il suo obiettivo non fu quello di orientarsi a notizie già viste, comuni e popolari ma di andare oltre, laddove la vita vera e difficile si fece spazio tra le credenze superficiali derivate dalla poca informazione.

Nel 1973 realizzò il suo primo reportage dedicato alle condizioni climatiche di siccità del Sahel.

Successivamente si dedicò a documentare Le situazioni terribili degli immigrati in Europa.
Con il tempo lavorò per molte agenzie tra cui Sygma che gli permettè di proseguire il suo cammino dedicato alla fotografia.
Qui ebbe la possibilità di riportare immagini relative all rivoluzione in Portogallo e alla guerra coloniale in Angola e Mozambico.
Nel 1979 Salgado entra alla Magnum Photo
Fu proprio quest’occasione che gli permise di viaggiare e di crescere ulteriormente, grazie agli spostamenti continui in America Latina, da cui scaturì uno dei suoi importanti libri:
Other Americans”.
Nel 1994 decise di abbandonare la la Magnum per dedicarsi a un nuovo progetto:
creare una struttura dedicata completamente alla sua grande passione insieme a sua moglie, Leila Wanik Salgado,
chiamata Amazonas Images.

Ruanda

Il clima di violenza raggiunto in Ruanda nel 1994 non credo abbia bisogno di essere descritto. La parola genocidio diventa ancora più tremenda quando smette di essere “solamente” una parola ma si prova a immaginare quali orrori e quante vite spezzate nasconda. Dopo nove mesi sul campo Salgado è provato nel fisico e nello spirito: deve rientrare in Francia. Ristabilitosi torna in Ruanda dove si trova nuovamente immerso in un folle incubo: “è stato il mio ultimo viaggio in questa mia disgraziata avventura nel Ruanda. Quando sono andato via non credevo più a niente, non poteva esserci salvezza per la specie umana, non si poteva sopravvivere a una cosa simile” (Salgado, Dalla mia Terra alla Terra).

Salgado sprofondò nella depressione e nel pessimismo: dopo essere stato testimone degli orrori di cui era capace il genere umano, stava ora aumentando in lui anche la preoccupazione per come gli sconvolgimenti economici, politici e sociali avessero cambiato la faccia del pianeta dal punto di vista ambientale.

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La mano dell’uomo

L’opera forse più significativa di Salgado fu proprio “La mano dell’uomo” che divenne un’icona sul lavoro manuale.
Un progetto fotografico sviluppato in 6 anni e in 26 paesi diversi che funge da mezzo comunicativo per spiegare una condizione di vita spesso non considerata o data per scontata.
Il fulcro di quest’opera fu quello di trasmettere le reali situazioni lavorative delle persone, nel riguardo ed esaltando l’onorabilità di ciascuno.

Intorno agli anni 2000 il fotografo si ammalò, saturo per tutto quello che ebbe visto, stanco, rassegnato e convinto che il mondo sarebbe andato sempre di più a pezzi.
La fiducia verso la razza umana venne meno tanto che decise di abbandonare la fotografia per un po’ di tempo insieme agli orrori ormai imprigionati nei suoi occhi.
Tornò in Brasile e spinto dal continuo amore per la terra e la voglia di fare qualcosa di significativo per migliorare e lasciare un segno nel mondo, decise di fare un’opera di riforestazione. Dopo alcuni anni, 2 milioni e mezzo di alberi continuarono a crescere ricoprendo chilometri di deserto e facendo riprendere l’ecosistema.
Fu proprio da queste vicissitudini che nacque “Genesi”, altra grande opera del fotografo creata con un altro scopo:
la rinascita e la voglia di salvare, in qualche modo, il proprio pianeta.

Dopo aver visto l’orrore, ho potuto contemplare tanta bellezza.

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Cominciò nuovamente a viaggiare, buttandosi alla scoperta di nuovi spazi e luoghi ancora da scoprire, incolumi dalla cattiveria del genere umano, privi da attori esterni, puri.
La natura. Solo questo ebbe importanza: la sua bellezza e la sua integrità. Salgo le dedicò  una vera e propria lettera d’amore…attraverso la fotografia.

Pochi sanno che Salgado non ha scattato solamente in bianco e nero. Ha utilizzato anche il “colore”, principalmente per soddisfare le richieste delle riviste. A un certo punto però ha smesso definitivamente di utilizzarlo e l’unico linguaggio a cui si è dedicato è quello per cui è più conosciuto.

“… col bianco e nero e tutta la gamma dei grigi posso concentrarmi sull’intensità delle persone, sui loro atteggiamenti, sui loro sguardi, senza che siano disturbati dal colore”